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Salvadore Sandro

All'eta' di 67 anni si e' spento, Sandro Salvadore, stella della Juventus a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. Lo annuncia lo stesso club bianconero. 'Un campione di grandissima classe - ricorda il presidente Giovanni Cobolli Gigli dal sito della Juventus - un vero
trascinatore, legatissimo ai colori bianconeri. La sua scomparsa ci addolora profondamente e siamo vicini ai suoi familiari. Capitan Billy ci manchera''. Salvadore giunse a Torino nell'estate del 1962, quando il Milan lo cedette alla Juventus in cambio dell'ala Bruno Mora, in un affare che fece scalpore. Con la Juventus per dodici stagioni consecutive, ha collezionato 450 presenze con diciassette reti. Con la Juventus vinse tre scudetti, nel 1967, nel 1972 e nel 1973 e una Coppa Italia, nel 1965. Pilastro della Nazionale italiana con 36 presenze, partecipo' alle spedizioni Mondiali di Cile '62 e Inghilterra '66 e nel 1968 vinse il titolo continentale negli Europei disputati in Italia.

 Sandro Salvadore era stato il capitano della Juventus con cui aveva conquistato tre scudetti (oltre ai due vinti con il Milan) e una Coppa Italia. Fu capitano della Nazionale con cui divenne campione europeo a Roma nel ‘68.

In azzurro aveva debuttato a Napoli, contro l’Austria, insieme con Trapattoni, nella gara che segnò l’addio di Boniperti. Sia Salvadore (giocatore), che Trapattoni (allenatore) approdarono alla Juventus proprio con Boniperti, prima consigliere e poi presidente. Per Salvadore, l’addio alla Nazionale fu invece nel ‘70 dopo due sfortunate autoreti a Madrid, nell’amichevole con la Spagna (2-2). Il ct Valcareggi non lo convocò in Messico e Sandro si fermò a 36 presenze. Si rifece vincendo altri due titoli consecutivi con la Juventus, ma perse la finale di Coppa Campioni con l’Ajax di Cruyff.

Ebbe momenti difficili con Heriberto Herrera, il sergente di ferro che guidò la Juventus al 13° scudetto. HH2 schierò Salvadore come terzino, ruolo che Sandro gradiva poco.

Salvadore era anche un cacciatore, come Boniperti. E, quando arrivò a Torino i compagni scoprirono la sua passione per il fucile e per l’eroe dei fumetti Pecos Bill, e lo ribattezzarono il «vecchio Billy». Sul nomignolo, però, c’è un’altra versione: Sandro s’ispirava a Billy Wright, mitico centromediano dell’Inghilterra

L’ultima intervista un paio d’anni fa, via cellulare, mentre stava al volante del trattore, a vendemmiare sulle colline dell’astigiano dove aveva scelto di vivere. Dopo aver tentato la carriera di allenatore nelle giovanili della Juventus e poi tra i dilettanti, come una sorta di Cincinnato, s’era ritirato in campagna a fare il...«cowboy». E senza rimpianti.

commosso da parte di alcuni tra gli ex compagni di Sandro Salvadore, giocatore e capitano della Juve a cavallo degli anni ’60 e ’70, deceduto la notte scorsa all’età di 67 anni. Attraverso il sito internet della società bianconera, Pietro Anastasi, Roberto Bettega, Franco Causio, Beppe Furino e Francesco Morini hanno ricordato il loro ex compagno di tante avventure sportive.

«Mi spiace tantissimo -ha dichiarato Anastasi-, ci eravamo incontrati per la festa dei 109 anni della Juventus e lo avevo rivisto con grande piacere. Quando ero arrivato a Torino, Sandro era uno degli anziani, il capitano, ed è sempre stato per tutti un punto di riferimento. Non voleva mai perdere, era una persona speciale».

Per Bettega, invece, «Billy è stato un maestro, oltre che un compagno. Spesso la domenica mattina andavamo a Messa insieme. Ho tanti ricordi personali più che calcistici, per quelli credo parli la sua carriera di campione straordinario e duttile, capace di giocare terzino come centrale con la stessa efficacia».

 

Ricordo intenso anche da parte di colui che ha condiviso la camera, Franco Causio. «È stato mio compagno di camera quando ero arrivato alla Juventus. Ero poco più che un ragazzino e mi ha aiutato tantissimo. Parlare del calciatore mi pare superfluo; può sembrare una frase fatta, ma come persona ha rappresentato molto per me».

Quindi Beppe Furino, che qualche anno più tardi ha ereditato la fascia di capitano. «Sandro per me era un punto di riferimento. Con Del Sol, Leoncini, Castano, rappresentava la vecchia guardia e quando arrivai a Torino era un serbatoio inesauribile di consigli utili e di esperienza. Con il tempo ci siamo frequentati e la sua scomparsa mi lascia molto addolorato, perchè perdo un amico».

Infine Morini:«Billy era un grande calciatore, un difensore con la classe di un centrocampista. Mi ha aiutato ad inserirmi nel gruppo e in tanti abbiamo imparato molto da lui, anche Scirea, che prese poi il suo posto. Andavamo a caccia insieme ogni tanto, mi spiace tantissimo che se ne sia andato e voglio fare le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia».

 

L’ultimo saluto al contadino Billy
Leoncini, Bettega, Cereser e tantissimi amici di campagna per l’addio a Salvadore


Beppe Furino ha raccontato certe divertenti «manie» di Sandro. Folta la presenza di ex granata. Un piccolo grande gagliardetto bianconero


07/01/07 MARCO BERNARDINI
ASTI. In campagna le cose importanti suc­cedono sempre di mattina presto. Anche i fu­nerali. Improvvisamente, come il sipario che un attimo prima nascondeva il palco del tea­tro, si sollevava il velo della nebbia. C’era ancora una timida luna piena, nel cielo, appe­sa sul plat fond colore del latte macchiato d’azzurro. Proprio come cantavano, insieme, Dario Fo ed Enzo Jannacci. E non li men­ziono per caso. Quando muore un contadino e il parroco fa suonare le campane per ram­mentare alla gente che è tempo di radunarsi in meditazione, non è come da tutte le altre parti. Quelli che vivono con il lavoro della terra, formichine in una natura spesso capricciosa, sono assolutamente diversi da co­loro i cui figli e nipoti pensano che i polli na­scano tutti a Verona già a pezzi e surgelati. A loro, a quelli della campagna, fa più paura una certa vita che non la morte con la sua certezza. Tra il tempo della semina e quello destinato all’uso della falce esiste lo spazio di una serena normalità da consumare con un’altrettanto ragionevole consapevolezza sul fatto che le stagioni della vita sono esat­tamente come quelle scandite dal metronomo universale. E se è il pettirosso ad annuncia­re, con il suo canto dolcissimo, il sorgere del­l’alba è poi l’allodola, bella e inconsapevol­mente dispettosa, ad avvertire che di lì a po­co sopraggiungerà la notte. E nessuno e nien­te potranno mai modificare il senso di que­sto linguaggio universale. Ecco perché cia­scuna cosa, in campagna, va presa e vissuta con rassegnata pazienza. Anche un funerale. E’ così che ieri mattina, per l’ultimo salu­to al contadino Sandro Salvadore, davanti alla chiesa di San Domenico Savio le espres­sioni disegnate sui volti della gente esprime­vano dolente e profondo rispetto piuttosto che plateale strazio. Un saluto gonfio di umanità sincera e partecipe, quindi assolutamente au­tentico, al quale si adattava in perfetta conformità il viso di Anna, la compagna del campione contadino, dal cui sguardo ovvia­mente smarrito verso l’inutile ricerca di occhi ormai spenti sprigionava soprattutto una po­tente e prepotente dignità. Appena una la­crima, discreta seppur color del sangue, nel momento un cui don Giacomo il prevosto parlava come se nel tempio ci fosse solamen­te lei, davanti a quella gabbia blindata in noce chiaro. «Cara Anna, lo ricordo bene, era­no in tanti qui il giorno del vostro matrimo­nio. Ma oggi è presente una vera moltitudi­ne ».
Dall’organo usciva il coro degli angeli. E’ vero. Una moltitudine. Più di mille persone. Donne, uomini e anche tanti ragazzini diffe­renti eppure tutti uguali. Riconoscibilissimi, per gestualità e per discorsi, nella loro unica anima agreste per la quale ogni tipo di esa­gerazione equivale al peggiore dei peccati ca­pitali, quello della vanità. L’intera comunità di Castiglione d’Asti, dove il poeta del calcio difensivo era andato a vivere per farsi vero contadino, si era data appuntamento come quando, una volta all’anno, si celebra la fe­sta del paese. Su quanti amici poteva conta­re Sandro! Un arrivederci rigorosamente evangelico. Non c’erano mercanti fuori dal tempio e neppure al suo interno. Fiori in giu­sta misura, musiche lievi, nessuna odiosa se­parazione di casta. Unico indizio di popola­rità e di fama trascorse, un gagliardetto con i colori bianconeri della Juventus retto in mano da un ragazzino del piccolo campo sportivo intitolato a Emilio Pozzo, dove Sal­vadore andava ogni tanto per scaricare la fatica accumulata tra le zolle e tra le vigne dei terreni che lavorava con la lena di un mezzadro. In esilio ogni tipo di ufficiale e di formale istituzionalità. Ciascuno meravi­gliosamente soft come Massimo Mazzuccato, sbandieratore di San Lazzaro.
Amici, solamente amici. Roberto Bettega, in un angolo della chiesa, lo sguardo perso probabilmente a ricordare quando in alle­namento Sandro lo costringeva a dannarsi pur di liberarsi dalla sua elegante stretta di acciaio. Beppe Furino, Leoncini, Castano,
Sacco ex compagni oggi soltanto fratelli se­parati da un fratello. Poi quelli dell’altra sponda. Lido Vieri, Fossati, Cereser, Rosato. La brava gente, alla fine, non ha un colore di maglia. Nessun assurdo applauso, ma segni della croce sulle fronti arrossate dal vento e dal sole. Eppoi tanti baci, lanciati al vento da mani ruvide e screpolate. Era il corteo che si muoveva e che, ciondolando come un faggio sbattuto dalla brezza in arrivo dal dorso del­le colline, raggiungeva senza defezioni il ci­mitero di Castiglione. Gazze ladre, beccacci­ni e merli erano lì ad aspettare Sandro e i suoi amici.
Come un anno fa, a pochi chilometri da qui. Nella valle attigua, a Cortazzone d’Asti, un altro gruppo di brave persone accompa­gnava nell’ultima camminata l’amico Felice. Se ne era andato, più o meno come Sandro anche se più grande di dieci anni, il signor Andreasi. Un superbo artista che, anche lui, volle farsi contadino. E, confusi tra la gente della campagna, procedevano Dario Fo, Franca Rame, Lino Toffolo, Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto, Bruno Lauzi ed Enzo Jan­nacci. I loro volti erano quelli dei personag­gi che tutti conoscevano. Le loro anime e i lo­ro pensieri, però, erano quelli di un gruppo di amici che avevano perso un grande amico. Nessuno li disturbava. Loro, uomini tra gli uomini e basta. Soprattutto nessuno piange­va, perché le finzioni vanno bene a teatro e non nella vita. Sicché ieri era proprio bello sentire Beppe Furino mentre raccontava di Sandro e di certe sue divertenti manie, tipo quella di “rubare” un’anguria da gran pre­mio alla fine di una festicciola del paese per portarla a casa ai suoi nipotini. Amici miei, ma non era il remake del film di Germi e di Monicelli. Eppoi, suvvia, “E sempre allegri bisogna stare/ chè il nostro pianger fa male al re/fa male al ricco e al cardinale/diven­tan tristi se noi piangiam”. Enzo e Dario can­ticchiavano così, sottovoce, quel giorno. Qual­cuno, oggi, è ancora pronto a giurare che dal “carrozzone” dentro il quale viaggiava Felice si sentì arrivare uno stupendo sghignazzo.


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